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Amiante: l’Italie accuse le Suisse Schmidheiny

Soumis par sur 11 octobre 2008 – 17:10 | 15 043 vue(s)

Le parquet de Turin a requis vendredi le renvoi en justice de l’industriel suisse Stephan Schmidheiny et d’un autre haut responsable de la société Eternit. Selon les parties civiles, 2000 personnes seraient décédées de contamination à l’amiante. Le milliardaire suisse, ex-patron du groupe, et un ancien responsable d’Eternit Italie, le baron belge Jean-Louis de Cartier, sont accusés d’avoir provoqué intentionnellement une catastrophe. Ils sont aussi poursuivis pour violation des règlements concernant les maladies professionnelles. Cette demande de procès fait suite au dépôt de plusieurs centaines de plaintes d’employés d’Eternit ou de leurs proches. La société disposait de plusieurs sites de production de matériaux de construction en Italie, dont Turin et Alexandrie (nord), Naples (sud) et Rubiera (nord-est).

Selon les parties civiles, quelque 2000 personnes sont décédées des suites de cette contamination à l’amiante – une substance cancérigène – tandis qu’environ 700 autres sont malades. Les avocats des parties civiles ont accusé la société d’avoir minimisé les risques d’une contamination. Ils affirment qu’outre les ouvriers, des habitants des quatre localités ont été également contaminés, car la société y vendait ses produits (pavés, produits isolants…). Le parquet affirme que les mesures de sécurité n’étaient pas respectées sur les sites, comme l’aspiration des poussières et le port de masques.

Publié dans Swissinfo.ch le 11 octobre 2008
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lanuovaecologia.it

10 ottobre 2008
Processate i vertici Eternit

Disastro doloso e omissione volontaria di cautele per la morte da amianto di duemila persone: con queste accuse la procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici della multinazionale svizzera Eternit. Le accuse riguardano la contaminazione fuori dalla fabbrica in tutta italia

«A Palermo nessuna precauzione in Fincantieri»
Disastro doloso e omissione volontaria di cautele per la morte da amianto di duemila persone: con queste accuse la procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici della multinazionale svizzera Eternit. Gli indagati sono Ernest Schmidheiny, 61 anni, miliardario svizzero, e Jean Louis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne, 87 anni, nobile belga.

L’indagine si è concentrata sugli stabilimenti italiani di Cavagnolo (Torino), Casale Monferrato (Alessandria), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Dopo avere esaminato oltre duecentomila pagine di documenti (verbali di interrogatorio, lettere fra i dirigenti della multinazionale) il pm Raffaele Guariniello si è convinto che alla Eternit fossero a conoscenza dei pericoli connessi alla lavorazione dell’amianto, ma che non abbiano preso provvedimenti adeguati.

La contestazione non si riferisce solo all’insufficienza delle misure all’interno dei quattro stabilimenti (impianti di aspirazione e ventilazione, strumenti di protezione personale come le mascherine, sistemi di lavorazione a ciclo chiuso per evitare la manipolazione manuale delle fibre del minerale, lavaggio delle tute da lavoro all’interno della sede), ma anche a cosa è accaduto all’esterno, nei centri abitati, dove sono stati registrati numerosi casi di malattie di residenti, perché la Eternit, spesso, forniva manufatti in amianto per pavimentare strade e cortili, o per coibentare i tetti delle case, generando così una « esposizione incontrollata, continuativa e a tutt’oggi perdurante, senza avvertire della pericolosità dei materiali ».
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« il manifesto » del 23 Dicembre 2004

Megaesposto contro l’Eternit
Le vittime dell’amianto di Casale Monferrato contro i padroni elvetici Vent’anni dopo l’Eternit continua a uccidere. Colpa della «lentezza programmata» dei padroni svizzeri ad abbandonare l’amianto
MANUELA CARTOSIO,

Nel 1903 l’Eternit di Niederurnen, nel Cantone dei Grigioni, inizia a produrre manufatti di cemento-amianto per l’edilizia. Dieci anni dopo, l’ente cantonale per la tutela del patrimonio avvia una campagna contro l’Eternit perchè le case «modulari» costruite con pannelli e tegole di cemento-amianto «sfigurano il paesaggio». Beata ingenuità! Grazie alla campagna notorietà e fatturato aumentano, commenta compiaciuta l’Eternit nell’opuscolo edito per festeggiare il centenario. La pubblicazione non fa cenno ai «danni collaterali» dell’amianto non sul paesaggio, ma sull’uomo. Per il centeneraio l’Eternit ha anche allestito una grande mostra e tra un pannello e l’altro ha ammesso che l’amianto ha ucciso «una cinquantina» (sic) di suoi dipendenti a Niederurnen. Ma si è attribuita il merito d’aver abbandonato l’asbesto non appena la scienza ne ha acclarato i dannosi effetti. L’esposto presentato ieri alla procura della repubblica di Torino racconta una storia tutta diversa. Quella luttuosa dell’Eternit di Casale Monferrato e di Cavagnolo. Solo lì il mesotelioma, il tumore della pleura sicuramente causato dall’amianto, ha falcidiato più di un migliaio tra lavoratori e residenti. L’esposto firmato da decine di malati e da centinaia di «eredi» delle vittime documenta 436 casi di mesotelioma. E’ la prima tranche di una denuncia a cui si aggiungeranno prossimamente altre firme: ancora da Casale, dove ogni anno si registrano almeno trenta nuovi mesoteliomi (per due terzi colpiscono persone che non hanno mai messo piede nella fabbrica chiusa nel 1986); da Bagnoli, Siracusa e Reggio Emilia, dove c’erano gli altri stabilimenti dell’Eternit Italia; da Balangero, dove funzionava la cava d’amianto più grande d’Europa, pure quella della multinazionale svizzera. L’esposto rientra nella «vertenzamianto» promossa a Casale dall’Associazione familiari vittime dell’amianto, dalla Cgil e dall’Inca. Quattro avvocati, prima di redigerlo, hanno intervistato i firmatari uno a uno e compilato schede per ogni singolo caso (la mole della documentazione allegata ha imposto un esposto a tappe).

Obiettivo dei casalesi, arrivare al vertice della multinazionale svizzera, cioé ai ricchissimi fratelli Thomas e Stephan Schmidheiny. L’unico processo celebrato contro l’Eternit di Casale si è fermato ai piani bassi della catena di comando (finì con una condanna prescritta). Due inchieste aperte dalla procura di Torino e di Siracusa hanno aperto un varco per «chieder conto» agli svizzeri in sede penale ed, eventualmente, per ottenere risarcimenti in sede civile. Dalle testimonianze dei manager sia italiani che svizzeri risulta che la casa madre di Niederurner dettava le direttive a tutti gli stabimenti sparsi nel mondo. Risulta, ma questo si sapeva, che la multinazionale era consapevole della nocività dell’amianto almeno dagli anni sessanta. E, questa la vera novità, risulta che l’Eternit ha dilazionato l’uscita dall’amianto per una ventina d’anni con la probabile complicità della Suva. L’ente svizzero, equivalente grosso modo all’Inail, certificava come sicuri metodi di produzione che non lo erano. Per questo il pm Raffaele Gauriniello ha chiesto per rogatoria alla Svizzera le carte sui rapporti tra Eternit e Suva.

Il nostro esposto, spiega l’avvocato Sergio Bonetto, non chiede di accertare che l’amianto uccide. «Questo ormai è assodato sia dalla scienza che da decine di sentenze». Lo scopo è di dimostare che negli stabilimenti italiani si applicavano rigidamente gli ordini emanati dalla Svizzera, compreso quello di rendere la vita difficile a «sindacalisti, magistrati e giornalisti». Inoltre, «siamo portati a ritenere che larga parte dei decessi avvenuti siano il frutto di una strategia coscientemente adottata dall’Eternit a partire dagli anni `70, tesa a ritardare, talvolta con strumenti quantomeno disinvolti, la cessazione e il divieto a livello internazionale delle produzioni di cemento amianto». Questa «lentezza programmata» per fini di lucro appesantisce ancor più le già gravi responsabilitù dei vertici dell’Eternit. I firmatari sperano che il loro esposto confluisca nell’inchiesta di Guariniello. Su cui grava, tiene a sottolineare Bonetto, l’ipoteca della prescrizione accorciata. Se finirà così, i fratelli Schmidheiny si ricordino di mandare un mazzo di fiori (o di qualcos’altro) a Previti.

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